• paola gaudio

Donne, cibo e corpo: quale rapporto?



Le persone interagiscono tramite il cibo ed esso scandisce momenti e tappe nella creazione dei  riti societari: si pensi alla “riunione familiare” nel momento della colazione, alle cene di lavoro, alle “rimpatriate” in pizzeria, all’invito a cena del corteggiatore/fidanzato/marito, all’atto curativo di regalare cioccolatini ad una persona cara malata.

 Ma il rapporto fra l’uomo (e ancor di più la donna) e l’atto di alimentarsi è segnato dall’ambivalenza: desiderato, bramato, oggetto di necessità vitali e allo stesso tempo di diffidenze, timori, di danni e castighi. Il cibo, potente veicolo di messaggi, aggrega ma disgrega, crea rotture; unisce e divide. La mitologia e le religioni hanno da sempre attribuito un gran peso a tale potere, costruendo cultura intorno alle famose storie di guerre nate a causa di una mela (la guerra di Troia sarebbe nata dalla scelta di Paride di donare la mela della discordia ad Afrodite, in cambio dell’amore di Elena). Nell’ambito della narrazione cristiana, poi, proprio la mela si fece portatrice della frattura fra la divinità ed Adamo e  della cacciata dall’Eden, a causa della scelta di Eva di mangiare il frutto proibito. E ancora, il conflitto tra Carnevale e Quaresima, tra Martedì Grasso e successivo digiuno, tra troppo e poco, tutto e nulla rappresenta l’espressione maggiore di tale ambiguità. Il digiuno, inoltre, in molte religioni ha da sempre assunto un significato importante, divenendo mezzo di ascesi e riconciliazione con il divino, simbolo di totale abbandono della parte viscerale, desiderosa e forse bisognosa, dell’essere umano, mentre  la gola compare nella lista dei peccati capitali.



Il cibo si presenta come uno dei principali mediatori della nostra relazione col mondo e, fin da principio, allattamento e alimentazione hanno intrinsecamente un potente significato relazionale. Il rapporto fra nutrimento fisico ed affettivo si costruisce fin dai primissimi mesi di vita influenzando successivamente il processo di costruzione di identità, dei confini psicologici e senso di autoefficacia. Le relazioni  con le figure di riferimento per il bambino, se da un lato sono volte ad apportargli i nutrienti per la sopravvivenza ed una corretta crescita, dall’altra, attraverso l’atto nutritivo, concorrono alla soddisfazione di ben altri bisogni: quello di vicinanza, di calore, di accettazione, di riconoscimento. L’atto nutritivo diviene così vero e proprio atto comunicativo rispetto a tali bisogni.

Ma il rapporto con il cibo e la forma fisica può diventare così problematico da sfociare in gravi disturbi dell’alimentazione. Gli studi sulle cause di di condizioni quali l’anoressia e la bulimia hanno messo in evidenza come diversi fattori siano alla base della loro insorgenza: biologici, ambientali, socioculturali, individuali, familiari. Infatti, il punto di vista riconosciuto come maggiormente utile ai fini della comprensione di tali condizioni sembra essere quello multifattoriale, secondo cui l’insorgenza della sintomatologia non sarebbe altro che la via finale in cui sfociano, influenzandosi reciprocamente, una serie di fattori che predispongono, precipitano e perpetuano le sindromi.

Fattori biologici implicati nella comparsa di disturbi del comportamento alimentare sono stati investigati negli ultimi anni in ambito neuroscientifico. Storicamente, il legame principale che la comunità scientifica ha individuato è stato quello fra anoressia nervosa e il neurotrasmettitore  dopamina:  nello specifico, è stato messo in evidenza come in pazienti anoressiche vi fosse una incrementata attività del sistema dopaminergico (Barry, 1976). Studi in questo campo hanno permesso anche di collegare  i potenti effetti di rinforzo che sia il cibo che le droghe esercitano sull’uomo, sottolineando come entrambi i meccanismi siano mediati da variazioni nel rilascio di dopamina, tanto da far parlare, in alcune tipologie di disturbi alimentari, di “food addiction” (dipendenza da cibo) e di rapporto tossicomane con il cibo (Cuzzolaro, 2004).

Spostando il focus dell’attenzione sui fattori sociali, invece, ciò che è stato oggetto di studio da parte di molti ricercatori ha riguardato come il processo di occidentalizzazione e l’introduzione di mass media in paesi in corso di rapido cambio culturale potesse essere correlata ad un aumento dell’incidenza delle condizioni inquadrabili nell’ambito dei Disturbi dell’Alimentazione. Ad esempio, Baker (2004) ha studiato l’impatto dell’introduzione della televisione su un gruppo di adolescenti donne appartenenti ad una comunità rurale delle isole Fiji. I dati hanno messo in evidenza come questo processo sembrerebbe associato all’incremento di preoccupazioni relative alla forma fisica e all’aumento di condotte atte al controllo del peso corporeo nella popolazione studiata. Si è visto, infatti, che tali condizioni sono più frequenti nei paesi industrializzati e molto rare nei paesi poveri dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina: la loro incidenza sale insieme allo sviluppo economico e all’occidentalizzazione della cultura. Anoressie e bulimie appaiono caratteristiche dei valori e della cultura occidentale e la loro progressiva diffusione in nazioni in via di sviluppo appare correlata al miglioramento delle condizioni economiche e, ancora di più, ai processi di acquisizione di modelli culturali occidentali.

Ma anche all’interno della società occidentale, la trasmissione dei modelli legati all’immagine corporea ideale ed al cibo hanno subito un’evoluzione. Ciò è avvenuto soprattutto nel corso del Novecento che ha visto, a partire dagli anni Trenta,  l’ideale del corpo femminile diventare sempre più esile: la silhouette raccomandata è diventata sempre più longilinea, tendenzialmente androgina, con una riduzione progressiva della circonferenza della vita e soprattutto dei fianchi e un’inversione del rapporto seno/fianchi. Qualche inversione di tendenza si è avuta verso la metà del secolo (basti pensare alle ben più formose pin-up), ma la proposta di un ideale molto magro si è ripresentata ed accentuata ancora di più a partire dagli anni Sessanta.




Nei decenni, la forbice tra il peso ideale proposto dagli stereotipi mediatici e il peso reale della popolazione si è sempre più aperta, dato che aiuta a comprendere la diffusa insoddisfazione femminile per il proprio corpo e la ricerca di esilità irrealistiche. Si prenda come esempio di ideale di figura femminile la famosa Barbie;  la bambola  più venduta al mondo è stata creata nel 1959 e ha rispecchiato la stessa linea di tendenza precedentemente accennata. Se Barbie fosse una donna in carne e ossa, mantenendo le fattezze e le proporzioni della bambola,  avrebbe un BMI intorno a 14, incompatibile con la presenza del ciclo mestruale, sarebbe altra 180 cm e peserebbe all’incirca 45 kg. Insomma, lo stereotipo di bellezza femminile attualmente più diffuso sarebbe una donna decisamente sottopeso e, molto probabilmente, morta.



Ciò che sembra aver caratterizzato la cultura occidentale nei confronti della questione relativa al peso e alla forma fisica riguarda anche una progressiva diffusione di mezzi fai-da-te rivolti al controllo ponderale; una sorta di volgarizzazione del peso ideale, prima, e della classi di BMI successivamente,  che  ha trasformato delle convenzioni statistiche, da indicazioni mediche generali, in rigide norme sociali. Come  si è costruita così una diffusa cultura lipofobica e, di pari passo, si è accentuato lo stigma che pesa sulle persone obese.

In questo stesso contesto, un problema allarmante è costituito dai numerosissimi siti web “Pro Ana” e “Pro Mia”, gestiti in genere da ragazze adolescenti che raccomandano, insegnano, esaltano comportamenti diretti a perdere peso, a mangiare/vomitare e a difendere a tutti i costi i preziosi sintomi anoressici e bulimici. In questi siti, la malattia acquisisce le fattezze di una amica, confidente, consigliera della ragazza, unica cui rivolgersi e in cui confidare. E Ana, autoritaria e comprensiva amica, detta legge su come comportarsi e quali valori fare propri.

“Decalogo Pro-Ana:

se non sei magra, non sei attraente;

essere magri è più importante che essere sani;

compra dei vestiti, tagliati i capelli, prendi dei lassativi, muori di fame, fai di tutto per sembrare più magra;

non puoi mangiare senza sentirti colpevole;

non puoi mangiare cibo ingrassante senza punirti dopo;

devi contare le calorie e ridurne l’assunzione di conseguenza;

quello che dice la bilancia è la cosa più importante; perdere peso è bene, guadagnare peso è male;

non sarai mai troppo magra;

essere magri e non mangiare sono simbolo di vera forza di volontà e autocontrollo.”

Non occorre arrivare ai casi conclamati di anoressia e bulimia per comprendere quanto possa essere complicato instaurare un rapporto sano ed equilibrato con il proprio corpo, per una donna. I continui mutamenti cui il corpo di una donna va incontro durante tutto l’arco della vita mettono spesso a dura prova la possibilità di riconoscersi nella forma che il fisico assume, inteso sia come korper, ovvero corpo biologico, soma, che come leib, rappresentazione mentale del corpo, corpo percepito, vissuto, identità corporea.

Nel duro lavoro di accettazione della propria individualità, identità specifica, bellezza, forse la sfida più grande diventa quella di accettare e dare spazio alla forma della propria anima. E, come ricorda la psicanalista Clarissa Pinkola Estés, rivolegere lo sguardo al mondo animale può aprire profondi spazi di riflessione sulla questione:

 “La lupa sa forse quanto è bella mentre salta? O la gatta sa la bellezza delle sue forme quando sta seduta? L’uccello è meravigliato dal suono che ode quando sbatte le ali? Imparando da loro, agiamo secondo la nostra vera, autentica maniera e non ci ritiriamo dalla nostra bellezza, né la nascondiamo”.

Il segreto, allora, può essere quello di approcciarsi al corpo umano (senza distinzione di sesso) come ad una stele di Rosetta: per coloro che sanno leggerlo, il corpo è una registrazione vivente della vita data, della vita sperata e risanata; il corpo è un essere multilingue, esso parla con il suo colore, la sua temperatura, la sua dimensione, i suoi confini. Il corpo ricorda, e ricorda anche quando la mente dimentica o inscatola e relega emozioni in angoli reconditi. La memoria alberga con immagini e sensazioni nei muscoli e negli organi. Ed il corpo parla, e urla talvolta, con i sintomi fisici. Il corpo è depositario di una tale saggezza che, più che essere inscatolato, costretto, violentato nel tentativo di adeguarsi a pochi, pochissimi stereotipi, andrebbe giornalmente celebrato per l’apporto che può dare al benessere psicologico. Ciò non significa scartare chi o cosa è considerato bello dalla cultura di appartenenza, ma disegnare un più ampio cerchio capace di abbracciare tutte le forme della bellezza, della forma e della funzione.

Sostenere un unico tipo di bellezza è come essere inosservanti della natura. Non può esistere un unico tipo gatto, di pino o di lupo. Né di bambino, di uomo o donna. Non può esistere un unico tipo di seno di circonferenza, di pelle, di gluteo, di naso.

In molte donne c’è una donna affamata. Ma la fame non è di essere di una certa taglia, forma o altezza, non è di adeguarsi ad uno stereotipo. Le donne hanno fame di rispetto e considerazione da parte della cultura che le circonda.Se davvero c’è una donna che “urla per venir fuori”, sta urlando per farla finita con le proiezioni irrispettose degli altri sul suo corpo, il suo volto, la sua età.

(C. Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi)

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