• paola gaudio

Essere o non essere (arrabbiati)?



Il rapporto con l'emozione della rabbia è molto spesso costellato da conflittualità e immagino che un po' a tutti sia capitato di chiederci "ma perché ci arrabbiamo? non possiamo sostituire questa emozione con una più piacevole e carina?". Una prima risposta secca, netta, precisa che mi viene da dare è: no! Se volete capire il perché vi invito a continuare nella lettura.


Vorrei partire da un presupposto: le emozioni sono un bagaglio evolutivo preziosissimo. Esse sono reazioni del nostro organismo rispetto ad eventi e modificazioni interne o esterne che informano sulla valenza che per noi hanno tali cambiamenti, rimettendoci in contatto con i nostri bisogni, scopi, motivazioni desideri.

In questo senso, fungerebbero da connessione fra il pensiero e l’azione, regolando il funzionamento mentale della persona. Inoltre, esse svolgono un importante ruolo regolatore nei rapporti sociali, favorendo l’avvicinamento e l’allontanamento fra gli individui e regolando le distanze consone alla giusta crescita della persona nel proprio contesto sociale. Potremmo dire che il valore adattivo dell’emozione risiede nel suo essere una sorta di valutazione immediata, incondizionata e continua di ciò che accade, di raccordo fra i cambiamenti ambientali e le motivazioni e bisogni dell’individuo, rappresentando così lo strumento elettivo della tendenza della persona verso una naturale crescita ed evoluzione. Questo può succedere solo se l’esperienza emotiva non subisce blocchi e se la persona è in grado di accettare le risonanze interne (piacevoli e spiacevoli) che ogni emozione porta con sé.


“L’emozione della rabbia fa parte della funzione più ampia

dell’aggressività che letteralmente significa ‘andare verso’."

(A. Lowen)


Ogni emozione è associata ad alcune modificazioni corporee che preparano il corpo ad un’azione congruente alla tendenza dell’emozione stessa. Nel caso della rabbia assistiamo a modificazioni circolatorie, respiratorie, vocali, muscolari, della mimica facciale. Queste risposte organizzano la persona ad agire, ma non generano necessariamente il comportamento corrispondente. L’emissione di un comportamento o di una azione è un passaggio successivo, che deriva dall’interazione tra la tendenza ad agire e i processi cognitivi che seguono alla tendenza all’azione iniziale. L’espressione della rabbia allenta la tensione muscolare e gli elevati livelli di attivazione legati alla paura e al dolore emotivo, permettendo un ripristino successivo della situazione di "calma" dell'organismo.



Detto ciò, cos’è la rabbia e a cosa serve? Cosa ci comunica?


La rabbia ha origine da una tendenza biologica a difenderci quando veniamo attaccati, proteggerci quando subiamo un’intrusione o un danno. Essa ci informa del fatto che i nostri confini sono stati invasi, che siamo stati feriti, umiliati, abbandonati, trascurati, rifiutati, che i nostri diritti son stati violati , che i nostri bisogni non vengono soddisfatti in modo adeguato o vengono frustrati, che il nostro progresso verso un obiettivo viene ostacolato o impedito, che stiamo dando più di quel che vogliamo. Ancor più importante, la rabbia ci fa porre confini e limiti, ci motiva a dire “No”. Non male per un’emozione così spesso bistrattata!

Da ciò appare chiaro come un’adattiva e congrua esperienza ed espressione della nostra rabbia può svolgere un ruolo molto importante nella nostra vita, proteggendoci ed allontanandoci da ciò che ci ha fatto male e potrebbe farcene ulteriormente.


Capita spesso, però, che quando ci sentiamo arrabbiati, ci sentiamo in colpa ed evitiamo di entrare in contatto con questa emozione, arrivando a reprimerla e non sapendo più coglierne i segnali e le funzioni.

Ciò succede per una serie di motivi. Sicuramente, dare sfogo alla nostra rabbia, soprattutto se intensa, in maniera indistinta, confusa e immediata può dare origine a fraintendimenti, può ferire gli altri e lacerare i legami; spesso può generare escalation di attacco-contrattacco oppure di attacco-difesa e può ostacolare l’ascolto e la collaborazione.

È molto diffusa la credenza che esprimere rabbia sia rischioso poiché si riceve disapprovazione o rifiuto dagli altri e si causa la rottura dei legami. Molte persone associano l’essere arrabbiati e comunicare la propria rabbia a qualcuno con la perdita della persona e della relazione, vivendo questa esperienza emozionale come fortemente minacciosa. Se poi da bamabini non abbiamo fatto pratica con questa emozione, non l’abbiamo fatta diventare nostra amica, comprendendone il senso e come fare a comunicarla in maniera efficace agli altri, nel corso della crescita, crescerà la paura di esserne sopraffatti o di perderne il controllo.

Pensiamo anche ai fattori socio-culturali legati alla rabbia. Quante volte avete sentito, implicitamente o esplicitamente, il messaggio “le donne non si arrabbiano”? Purtroppo, molte bambine, ragazze, donne, crescono con l’idea profondamente radicata che essere arrabbiate non si addica al loro ruolo che, invece, consiste nell’essere l’elemento “contenitivo”, che mantiene la calma a tutti i costi, che sopporta tutte le invasioni, che solo con la pazienza e la dedizione potrà ottenere la felicità.


Le difficoltà nell’esperienza emotiva della rabbia possono coinvolgere più livelli. Ad esempio, potremmo non essere capaci di entrare in contatto con essa, di non riconoscerla (come succede nell’alessitimia, cioè l’incapacità di sentire e dare voce alle emozioni). Capita anche che non siamo in grado di coglierne le sfumature: siamo irritati, infastiditi, arrabbiati, incolleriti, irati? A che livello del continuum di attivazione ci troviamo?

Può succedere, poi, che si sia in grado di riconoscerla, ma non si riesca ad esprimerla, utilizzando come strategia per far fronte alla paura di non riuscire a gestirla, l’ipercontrollo emotivo.

Quando resistiamo rispetto all’espressione della rabbia, può succedere sia di scoppiare in esternazioni caratteristiche di altri stati emotivi (come scoppiare in lacrime), sia di utilizzare modalità non congrue come intellettualizzare, minimizzare, ironizzare. Una persona che trattiene sempre la rabbia è una persona che non afferma i propri bisogni, desideri o pensieri, perdendo il contatto con ciò che è importante e significativo per lei, che manca di assertività e non definisce i propri confini, che rinuncia alla responsabilità della propria crescita e della propria qualità di vita, che prova senso di impotenza ancor più acuto, il quale può accrescere il senso di frustrazione e, di conseguenza, rabbia secondaria, innescando un circolo vizioso.

Inoltre, reprimere costantemente la rabbia, provoca stress fisiologico: contrazione della mascella e della muscolatura, aumento del battito cardiaco, respiro trattenuto. Senza che tali modificazioni possano subire un allentamento e che vi possa essere un rilascio della tensione, è facile immaginare come, da un punto di vista della salute fisica, questa modalità sia associata a problemi come ulcera gastrica, ipertensione arteriosa, cefalea da tensione o emicrania e reazioni psicosomatiche più gravi.

Oltre che nel riconoscersi e sentirsi arrabbiati, è possibile ancora che la difficoltà riguardi la modalità di espressione: la rabbia cioè viene sentita, riconosciuta, espressa, ma in un modo non efficace ed inappropriato, attaccando, colpevolizzando e aggredendo in modo distruttivo.


Come fare allora per riavvicinarci a questa emozione in maniera costruttiva e far sì che essa svolga l’importante ruolo per cui è nata e continua ad essere con noi?


Un primo passo è quello di imparare ad ascoltare e rispettare la propria rabbia, anziché cercare di evitarla. La proviamo per dei motivi, un senso ed una ragione c’è sempre per la sua presenza. Diamole dignità di esistenza. Riconoscerci arrabbiati non vuol dire esserne inondati, abbiamo tutto lo spazio interiore per farla circolare nella sua attività. Essere arrabbiati non fa di noi persone cattive, non degne di apprezzamento e stima. Al contrario, ci riporta pienamente nell’esperienza umana. Inoltre, esserne consapevoli implica essere in contatto con ciò che sentiamo ed essere in grado di esprimerlo anziché agirlo. La consapevolezza ci protegge dall’azione fuori controllo perché dà alla nostra esperienza interna una prima forma di contenimento ed aiuta ad abbassare i livelli di attivazione fisiologica.


Il secondo passo è quello di esprimerla in maniera efficace.


“La capacità di contenere la rabbia è il corrispettivo della capacità di esprimerla efficacemente. (...) una persona non può sviluppare la capacità di controllo a meno che non sviluppi anche la capacità di espressione.”

(A. Lowen)

L’espressione di un’emozione di solito ha l’obiettivo di informare ed influenzare gli altri. È sicuramente vero che essere efficaci nell’espressione della rabbia non è facile e, in ogni caso, non possiamo predire la reazione degli altri. Ciò rappresenta un’incognita, ma la nostra vita è costellata di punti bui ed ignoti e saper stare nel dubbio e in ciò che non è noto, tollerare a volte l’ambivalenza e l’incertezza, rappresentano un importanti capacità utili in molte situazioni.

Nell’espressione della rabbia è utile saper scegliere parole orientate su di sé, piuttosto che sull’altro. Ad esempio, è molto più efficace dire “sono molto arrabbiato”, piuttosto che “mi hai fatto arrabbiare” o “è colpa tua se mi sento così arrabbiato”. Questo permette di riprenderci la responsabilità di ciò che scorre dentro di noi, e pone le basi per un dialogo che non sia un mero lancio di colpe e critiche fra le persone in relazione. Assertività è anche questo.

Ma oltre a scegliere come comunicare, è importante anche a chi comunicarlo, cioè orientare la rabbia verso l’oggetto referente di quella emozione. Se ce la prendiamo con altri, stiamo spostando il nostro obiettivo e questo, probabilmente, risulterà inefficace. Ancora peggio è spostare la rabbia per torti subiti verso noi stessi, sprofondando nell’autocritica, autosvalutazione, autodenigrazione, autodisprezzo, autolesionismo.


È bene allora focalizzarci su cosa sia una rabbia costruttiva. Citerei la psicologa Valentina D’Urso che classifica le rabbie costruttive come quelle esperienze tese


“a migliorare la propria immagine, a ottenere dei cambiamenti, a rafforzare la relazione con la persona con cui ci si arrabbia, facendole sentire fino a che punto si considera importante ciò che sta facendo.”

(V. D’Urso)


Impariamo, quindi, ad arrabbiarci meglio: capendo che quello che sentiamo ha un senso ed è lì per un motivo, che abbiamo le capacità per comunicare con gli altri anche quando ciò che proviamo è spiacevole e può mettere in discussione la relazione (ma anche riportarla su corde di condivisione e cooperazione), imparando a vivere questa emozione con meno sensi di colpa e senza violenza fisica o psicologica.

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