• paola gaudio

Joker e quel viaggio ai confini del Sè



No, Joker non è un film di supereroi o su supereroi. Non è neanche un film su antieroi. Joker è un film su quanto nulla di ciò che è umano ci sia estraneo e sulla solitudine profonda; e per riuscire a comprenderlo davvero è necessario fare un continuo lavoro durante la visione del film: bisogna costantemente immergersi profondamente nella pellicola e distanziarsene per focalizzarsi sulle proprie reazioni, risonanze e su quelle dei nostri vicini di poltrona. Joker è un film emotivamente e cognitivamente molto impegnativo.


La voglia di scrivere questa recensione è nata in alcuni momenti della visione del film, in sala, quando mi sono ritrovata ad osservare e ascoltare stranita le risate delle persone presenti, ad ogni risata apparentemente illogica del protagonista. Ero irritata, arrabbiata e mi veniva da urlare “ma cosa diavolo avete da ridere?”. C’era un gap fra l’esperienza che stavo facendo del film e quella che, a quanto pare, stavano facendo i miei vicini. C’era un gap fra l’emozione reale di Arthur Fleck e quella colta da chi lo osservava: ogni sua risata sguaiata, per me, era un colpo dritto nello stomaco, ma sembrava che questo non arrivasse a tutti in sala. Lui rideva, molti ridevano. Tutto sembrava filare liscio, e invece no. C'era qualcosa di disturbante in questa apparente sintonia.


Mi sono chiesta se ci fosse un problema di recitazione solo per essere in pace con me stessa rispetto al prendere in considerazione tutte le possibili ipotesi. La risposta è stata: decisamente no. L’attore ha compiuto un’opera d’arte recitativa. Doveva esserci dell’altro.

Finito il film ho iniziato a pensare e pensare e pensare (personalmente se un film fa pensare, pensare e pensare, è un film da vedere, rivedere e vedere ancora). L’interrogativo che mi perseguitava era: come siamo arrivati al punto di non cogliere il grido disperato di aiuto di un essere umano che può celarsi dietro una risata? Dov’è finita quella saggezza insita in noi che ci permette di spostarci nella prospettiva dell’altro, di vedere il mondo come lui lo vede (anche se distante dal nostro), di rispecchiarci in lui, di indossare le sue scarpe (da clown)?

Eppure la psicologia e le neuroscienze ci dicono che questa è una nostra capacità e che, come esseri umani, siamo dotati di questo emotion-detector tramite cui possiamo e sappiamo cogliere il dolore altrui.


Ma i film (e tutti i mezzi espressivi artistici) rispecchiano la nostra società e, forse, è proprio questo che non vogliamo riconoscere quando etichettiamo Joker come una pellicola violenta. Di chi dobbiamo avere paura realmente, del film o di noi stessi? Chi dobbiamo temere, i presunti psicopatici in attesa di compiere stragi ineggiando al film (allarmi realmente lanciati negli Stati Uniti) o i nostri sistemi di welfare incapaci di garantire il giusto sostegno e contenimento alla malattia mentale? Joker ci fa capire, se siamo pronti a comprenderlo, che ci siamo smarriti e che abbiamo perso importanti bussole.


Perché nel film Gotham City deride il protagonista, lo ripudia, lo emargina fino ad usare violenza contro di lui e perché in sala sentivo bisbigliare frasi come "questo è proprio di fuori ormai!" nei momenti di scompenso del protagonista?

Proviamo a fare gli avvocati del diavolo e di tutti i diavoli che abitano il film. In fondo è comprensibile anche il motivo per cui ciò avvenga. Entrare nell’universo psicotico, sperimentare ed assaggiare il sapore della follia può essere un’esperienza terrificante. Il rischio è quello di perdere i propri confini, di venire inghiottiti dall'ignoto, dal caos di emozioni indicibili perché troppo grandi, senza limiti, di essere travolti da ondate di angoscia e disperazione senza argini. Ed allora sì che fa paura avvicinarsi a tutto questo: che sia il folle, l’immigrato o più semplicemente il lontano-da-me che si trasforma nel diverso-da-me. Abbiamo bisogno di creare e tutelare quella distanza sufficiente che ci faccia sentire sicuri, che protegga i nostri labili confini, sempre più difficili da costruire in maniera sana in una società liquida, dove tutto scorre fin troppo velocemente ed anche il nostro Sé è un precario a tempo determinato.


È vero, è difficile empatizzare con l’Altro, con la persona scortese alla cassa, con l’uomo che spaventa, con quello che ti anticipa al parcheggio, col marito della donna di cui sei innamorato, con quello che hanno assunto quando ti hanno licenziato, col nero sul barcone, citando il testo di una bellissima canzone di Niccolò Fabi.



Joker arriva come una grande possibilità di esercizio in questo senso e di esplorazione del Sé e dei suoi limiti. Ci dà la possibilità di avvicinarci all'esperienza di angoscia psicotica, di annichilimento, senza perdere la sicurezza di tornare a noi e alla nostra esperienza, alla nostra poltrona. Farsi rapire da questo film significa costantemente avvicinarsi e allontanarsi, fare un lavoro di calibratura fra “il troppo vicino” ed “il troppo lontano” rispetto a ciò che disturba, che turba, che infastidisce, che deprime.

Forse sono proprio esperienze come queste ad essere particolarmente utili al giorno d’oggi: sforzarci e magari riuscire ad accostarci all’altro senza il terrore di diventare l’altro; riuscire ad accoglierlo, senza la paura che questo diventi un nostro parassita.


Eppure, per quanto sia forte il desiderio di difenderci dall'estraneo e da colui che non riusciamo ad afferrare totalmente e comprendere, lo è altrettanto quello di andare oltre noi stessi, di trascenderci, di vedere e di conoscere le parti meno in luce dell’altro, che poi sono anche le nostre parti scure, quelle disperate, irate, vendicative. Abbiamo il bisogno di familiarizzarci e poi di allontanarle e racchiuderle nel nemico di turno per restituirci un senso, seppur precario, di serenità e di sanità. Il cinema questo lo sa bene: di certo non è Joker la prima pellicola che tratta il tema del buono/cattivo-che-poi-non-è-davvero-cattivo, o meglio uguale/diverso-che-poi-non-è-davvero-diverso. Ammettiamolo, i personaggi che ci affascinano di più nella letteratura e nel cinema sono i villain, quelli sporchi, quelli tormentati (Dracula, Darth Vader, Voldemort, Norman Bates, Roy Batty, il capitano Achab, sono solo alcuni esempi).


Carl Gustav Jung fu fra i primi a parlare della figura dell’Ombra, per racchiudere tutti gli aspetti del nostro profondo inaccettabili, non integrabili nella nostra personalità, che non riusciamo a vedere e tollerare in noi ma che, se proiettati su di un altro, possono essere gestiti, o quanto meno, allontanati e respinti. I furtivi ladri che compaiono nei sogni della maggior parte delle persone, gli assassini che a volte ci procurano risvegli pieni di orrore, sono alcuni fra i tanti aspetti dell’Ombra.

Ingrandendo sempre più questo discorso, portandolo su larga scala, capiamo come l’Ombra non sia solo individuale ma anche collettiva: la lotta politica, e in generale la vita sociale, è anche un gioco di ombre, in cui ogni gruppo o fazione proietta la propria sullo schieramento opposto. E se un film permette di attraversare così profondamente l'esperienza umana, di toccarne i confini più remoti, di ampliare il nostro sentire comune, di porci così tanti interrogativi, penso che sia un film che meriti l'acclamazione e il favore che sta ricevendo.


Più giusti, più equanimi, meno eroici, un po’ più depressi. Forse l’aspetto più scandaloso, ma anche liberatorio, dell’Ombra è proprio questo: la pace che ci consente di fare con una delle due facce dell’umore dell’uomo, la depressione. Proprio lei, la grande nemica della pazza, onnipotente euforia che ha caratterizzato la cultura e il costume del Novecento. La patologizzata, vituperata, ma anche profonda, silenziosa e, perché no, confortevole depressione. Questo è infatti il prezzo da pagare per integrare l’Ombra nella personalità, utilizzare i suoi tesori e trasformare (nella misura possibile e desiderata) le sue scelleratezze: accettare la depressione. Un individuo, una società che rifiuta ogni momento di depressione e riconosce come positiva solo la posizione euforica, si colloca sui toni della mania. E proietta sugli altri la gigantesca Ombra costituita da tutta l’oscurità, il lutto, la fatica, il dolore che non ha voluto riconoscere in se stessa


(Un estratto della prefazione de "Il Piccolo Libro dell'Ombra", di Robert Bly)

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