• paola gaudio

Trauma: cosa avviene alla nostra mente e al nostro corpo?

L’etimologia della parola “trauma” ci riporta al greco τραῦμα, che vuol dire ferita, lacerazione. È un termine che tutt’oggi è molto utilizzato quando le persone raccontano di sé, di esperienze particolarmente significative della propria vita che hanno creato una sorta di interruzione del loro continuum esperienziale.

All’interno di ciò che in ambito psicologico viene definito “trauma” rientrano eventi con caratteristiche eterogenee, ma con un elemento in comune: una minaccia all’integrità propria o altrui inevitabile e insostenibile.

Due grandi macrocategorie suddividono i truami in T (alla cui base ci sono eventi scatenanti eclatanti come incendi, calamità naturali, rapimenti,…) e t (ripetute situazioni di maltrattamenti, incuria, trascuratezza, violenza verbale, violenza assistita…).  Ciò che accomuna tutte queste esperienze risiede nella rottura degli equilibri e della crescita integrata del Sé della persona, con conseguente difficoltà nel vivere pienamente tutte le situazioni di vita.

Lo Stress Post Traumatico è una normale reazione dell’organismo di fronte ad eventi incontrollabili e soverchianti; esso infatti predispone la persona alla messa in atto di primitive strategie di sporavvivenza, andando inizialmente  ad iperattivare l’organismo per permettere l’attacco o la fuga, e poi ad ipoattivarlo  per lasciar spazio a strategie di freezing (congelamento) e faint (svenimento), qualora le prime non siano state funzionali.

Il mondo animale ci offre importanti chiavi di lettura dei cambiamenti neurofisiologici che avvengono durante le esperienze traumatiche. Gli animali scaricano naturlamente l’elevata attivazione fisiologica dopo essere sopravvissuti ad una minaccia. Tale scarica risulta fondamentale per il ripristino del benessere dell’organismo, in quanto una attivazione così elevata e prolungata produrrebbe effetti tossici per l’organismo stesso. 



(Una capretta sviene nel momento in cui sperimenta panico in maniera elevata. Ciò permette una scarica degli altissimi livelli di attivazione fisiologica.)

Questi processi vengono mediati da una porzione del nostro cervello (e del cervello animale) chiamata “rettile”. 



Quindi, a fronte di un evento inaspettato, l’equilibrio psicologico che generalmente viene mantenuto, risulta interrotto, la cosiddetta “omeaostasi” cede il posto ad una momentanea disorganizzazione. In tale momento caotico, il controllo viene preso dalle zone meno evolute del sistema cerebrale, che inibiscono quelle corticali più evolute, permettendo reazioni immediate di carica e scarica per far fronte all’evento soverchiante.

Le risposte biochimiche elicitate dal cervello “rettile”, bloccherebbero il sistema innato del cervello di elaborazione dell’informazione, lasciando isolate, in una stasi neurobiologica, le informazioni (emotive, cognitive, somatiche) collegate al trauma, intrappolandole in una rete neurale dissociata. Questa disconnessione dalle strutture di pensiero più elaborato è funzionale per brevi periodi, quelli in cui le energie e risorse vanno concentrate nella “reazione” fisica dell’organismo, ma cosa succede se non prende avvio un processo di integrazione dell’esperienza traumatica su tutti i livelli, da quello più “istintivo” a quello più evoluto? Cosa succede se la componente emotiva, cognitiva, mnemonica, percettiva dell’esperienza non vengono integrate?

Probabilmente, tali componenti continueranno ad agire in maniera sotterranea ed inizieranno a svilupparsi i sintomi di un Disturbo da Stress Post Traumatico: attivazione costante o ipoattivazione, sintomi dissociativi, sensazioni di derealizzazione (essere al di fuori di se stessi, sensazioni di irrealtà), reazioni di evitamento di qualsiasi situazione che possa essere collegabile all’evento…

La patologia subentrerebbe quando  il sistema innato di elaborazione si blocca e l’evento traumatico rimane isolato, non integrandosi al sistema che spinge ognuno di noi all’autoguarigione. Si innescherebbe un loop, in cui passato e presente sono sovrapposti e la persona vive il ricordo dell’esperienza traumatica come se fosse l’esperienza trumatica stessa.

È come se il trauma restasse bloccato nel corpo ed il corpo dovesse costantemente fronteggiare il pericolo di un nuovo ripresentarsi dell’evento.

Ciò che è importante sottolineare, riguarda il fatto che non sono solo i traumi T a generare tali risposte disfunzionali nell’organismo, ma anche traumi cumulativi, in cui, ad esempio, un bambino ha vissuto le costanti esperienze di trascuratezza, maltrattamenti fisici e verbali, abusi emotivi e sessuali (categorizzabili fra gli “Adverse Childhood Events – ACE). Studi su tali eventi   condotti in comune con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno messo in evidenza come tali avvenimenti siano correlati in maniera significativa allo sviluppo in età adulta di comportamenti ad alto rischio per la salute, come abuso di alcol e droghe, promiscuità, obesità, depressione e  problemi di salute come disturbi cardiaci, tumori, ictus, diabete, problemi respiratori cronici e una minore aspettativa di vita. Gli ACE, infatti, altererebbero lo sviluppo strutturale delle reti neurali, del sistema neuroendocrino e biochimico, e potrebbero avere un effetto a lungo termine sul corpo (ad esempio è stato messo in evidenza come pazienti con storia pregressa di maltrattamenti riportino alterazioni nei livelli di cortisolo).

È allora evidente come, l’irruzione di eventi potenzialmente dannosi, mortali, che mettono in crisi l’esistenza dell’individuo su un piano fisico, ma anche psicologico, abbiano profonde ripercussioni sulla sua vita e creino una frattura, una ferita dopo la quale la capacità di dare significato e senso agli eventi relativi al trauma, ma anche a quelli successivi risulta gravemente compromessa. Ed effettivamente, alcuni eventi un senso non lo hanno, un significato, una giustificazione, ma è possibile restituire la capacità alla persona di dare senso a se stesso e alla propria esistenza dopo tale esperienza/e.

Un primo passo terapeutico riguarda la capacità di riconnettere tutte le componenti del trauma: gli input sensoriali (immagini, suoni, odori), i pensieri emersi al momento dell’evento e quelli successivi, le emozioni provate, le sensazioni corporee e le convinzioni sviluppate in seguito all’evento, le interpretazioni delle percezioni dell’evento. Tale processo permetterà, pian piano, di ricordare ancora l’evento ma come appartenente al passato e, quindi, non più legato a tutto il carico di emozioni, attivazione fisiologica e pensieri disfunzionali insorti contestualmente ad esso. L’obiettivo è quello di inglobare l’evento traumatico sul piano temporale del passato, non più attivo nel presente.

Ciò è possibile grazie ad un attento lavoro terapeutico, svolto da professionisti specializzati nei processi traumatici, che permette di rivivere il trauma in sicurezza, data dal setting terapeutico, di desensibilizzare il ricordo, di cambiare la prospettiva cognitiva disfunzionale della persona (ad esempio: “non posso prendere la macchina perché sicuramente farò un incidente”),  cambiare la narrativa della persona in merito all’evento, ricollocarlo nel passato ed assimilare ed integrare l’esperienza vissuta.

Tali cambiamenti evidenti sul piano psicologico, sono stati riscontrati anche su un piano fisiologico, grazie a studi che hanno messo in evidenza come il cervello cambi la sua modalità di attivazione nel corso di trattamenti con la tecnica EMDR (Eye Movement Desensitization and Recprocessing – tecninca psicoterapeutica riconosciuta per la sua efficacia nel trattamento del Disturbo Post Traumatico da Stress, basata sulla stimolazione oculare bilaterale). Sono stati studiati, ad esempio,  gli effetti del trattamento con EMDR in persone vittime del terremoto del 2002 a San Giuliano di Puglia: l’attivazione cerebrale si sposta dalle aree limbiche (correlate generalmente ad una alta attivazione emozionale) a quelle prefrontali (associate ai processi cognitivi). Inoltre, uno studio di Heber, Kellner e Yehuda del 2002, ha messo in evidenza come anche i livelli basali di cortisolo subiscano un processo di normalizzazione dopo il trattamento con EMDR.

I ricordi affrontati con l’EMDR si evolvono durante l’elaborazione e sono successivamente immagazzinati ancora attraverso un processo di riconsolidamento. Avviene, così, una discriminazione tra pericolo reale e pericolo non reale; la persona assegna un nuovo significato alle emozioni legate al ricordo traumatico e l’evento viene integrato nella memoria dichiarativa, quella che ci permette di elaborare “narrazioni” in merito alle esperienze e di potervi accedere in qualsiasi momento, assegnando parole, e non solo sensazioni, a ciò che è accaduto.

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