• paola gaudio

3 bisogni psicologici alla base dell'utilizzo di Facebook



Vi siete mai chiesti il motivo della diffusione dei social e cosa ci spinga a passare così tanto tempo su di essi, a scrivere post con invettive, dichiarazioni d’amore, notizie, a postare foto prima di gustare un piatto al ristorante, a scrollare le homepage mentre siamo in attesa dal medico o addirittura alla guida?

La prima volta che utilizzai il web, da bambina, fu per una ricerca su qualche razza canina o giù di lì. Internet, all’epoca - fa un certo effetto utilizzare nella stessa frase la parola "Internet" e l’espressione “all’epoca”, ma la mia generazione ormai deve ammettere di essere cresciuta nell’era paleolitica del web - svolgeva la funzione solo di una sorta di enciclopedia, anche se ben lontana dall’odierna wikipedia, da sfogliare velocemente poiché ogni connessione costava caro.  La rete non rendeva questo compito molto agevole data la lentezza di trasmissione dei dati.

Lo scambio con un’altra persona, avveniva, per lo più, con qualche email. Nulla di più.

Questo fino alla metà degli anni 2000, quando, con la nascita del Web 2.0, iniziarono a diffondersi luoghi di interazione sempre più elevata fra sito e utente, come i blog, i forum, i wiki, le chat, le piattaforme di condivisione di media (Flick, Youtube, Vimeo) e… i social network!

Il social network ha sancito il passaggio dell’utente Internet da semplice consumatore a persona  che interagisce, condivide, partecipa, si relazione, crea contenuti.

Una rivoluzione che ha cambiato non solo il nostro modo di avvicinarci al web, ma che ormai ha un impatto nel modo di approcciarci al mondo, di costruire la nostra realtà, di definire la nostra vita sociale.

Molti colleghi psicologi, potranno confermare come, nella pratica clinica, le narrazioni dei propri clienti siano pregne di eventi accaduti in rete o sui social.  Volendo fare dell’ironia, ma neanche troppa, siamo passati dall’interpretazione dei sogni all’interpretazione dei like.

Vogliamo guardare un po’ di numeri?

A luglio 2018 gli utenti registrati su Facebook erano circa 2,3 miliardi; 3 milioni di messaggi sono inviati ogni 20 minuti. Il 48% degli utenti tra i 18 e i 34 anni controlla il profilo prima di alzarsi dal letto, il 28% prima di andare a dormire. In media si trascorrono circa 405 minuti al mese sulla piattaforma. Ogni visita dura, in media, circa 20 minuti.

È facile intuire come tutto ciò abbia attratto l’interesse di molti ricercatori psicologi che hanno indagato le motivazioni e i bisogni alla base dell’utilizzo del social network. Proverò a riassumere i punti salienti che emergono da tali ricerche.

1. In primo piano, le ricerche concordano nell’indicare il desiderio di mantenere relazioni con i propri amici come primo motivo alla base dell’iscrizione ad un social network. Del resto, Facebook è nato per questo motivo e, per anni, mantenere le relazioni è stata la mission esplicita dell’azienda.

Viene da chiedersi come mai mantenere relazioni, anche se solo online, sia così importante. La sopravvivenza fisica e psicologica di un individuo passa dal bisogno di supporto sociale, soprattutto da parte delle persone emotivamente vicine. Ma in una società che ci spinge a vivere in spazi geograficamente lontani, la piattaforma web avvicina ciò che fino a qualche anno fa era estremamente lontano o irraggiungibile. Così, anche quando non possiamo fare esperienza dell’altro fisicamente, non possiamo invitarlo a bere un caffè o a fare una passeggiata, sappiamo di poterne comunque sentire la presenza e di averlo a “portata di un click”.

Tuttavia, mantenere rapporti con persone con cui intercorre già una relazione affettiva sembra non essere l’unico bisogno che Facebook soddisfa. Prima di esplorarne altri, forse può essere utile dare un’occhiata alla scala dei bisogni di Maslow, psicologo statunitense, grande studioso dei bisogni e delle motivazioni umane. Egli ha descritto una piramide che ha alla sua base bisogni biologici e, via via salendo, i bisogni di sicurezza, di appartenenza, di stima, di autorealizzazione. Ogni individuo è unico e irripetibile; i bisogni, invece, sono comuni a tutti; si condividono, ci accomunano e permettono una migliore vita se vengono soddisfatti. 




Proviamo a focalizzarci sul bisogno di appartenenza, quello che spinge le persone a far parte di gruppi sociali, a cercare la loro approvazione, a voler essere amati e apprezzati dagli altri. Facebook sembra essere un terreno molto fertile per il suo soddisfacimento, potendo, gli utenti, manifestare la propria approvazione sociale attraverso messaggi, “mi piace”, commenti.

Inoltre, tali interazioni aiutano a sviluppare quello che possiamo chiamare capitale sociale, cioè l’insieme dei benefici che possiamo ricevere dalle relazioni con gli altri.

Le ricerche hanno evidenziato come l’utilizzo di Facebook permetta di gestire, mantenere e controllare i legami relazionali già esistenti (capitale sociale di mantenimento), permetta di sviluppare un capitale sociale nuovo e di trasformare legami latenti e ignorati, in legami superficiali, legami poco sfruttati ma comunque visibili: in pratica anche se noi ci relazioniamo sempre con le stesse persone, il  web ci permette,  in qualsiasi momento, di provare ad attivare uno di questi legami superficiali. Ad esempio, ho conosciuto un collega di Madrid ad una conferenza, l’ho aggiunto su Facebook, abbiamo avuto qualche piccola interazione tramite alcuni “mi piace” e commenti nelle prime settimane, non abbiamo più interagito nei mesi successivi, ma so che potrò facilmente riattivare quel contatto con un messaggio se, ad esempio, mi servisse il nome di un albergo per la mia prossima vacanza in Spagna.

2. Un altro beneficio del social viene descritto come controllo relazionale, cioè la possibilità di osservare su Facebook i profili delle persone e le interazioni con gli altri, detto in parole povere “farci gli affari degli altri”. Ma possiamo stare tranquilli, non siamo l’unica specie animale che mette in atto questo tipo di controllo, sebbene siamo l’unica che si avvale dello strumento web. In molte specie di primati, infatti, il controllo fisico dei simili (cioè sapere dove sono gli altri e cosa stanno facendo) gioca un ruolo fondamentale nel mantenere i confini delle gerarchie sociali e nel promuovere la stabilità strutturale del gruppo.




Lo studioso Dunbar afferma che nella specie umana questa funzione viene assolta dal gossip e dal pettegolezzo. Ora sapete come difendervi quando qualcuno vi darà del “ficcanaso”. Il successo di Facebook, risiederebbe anche nella facilità con cui esso permette di assolvere a questa funzione e di controllare cosa fanno gli altri membri della rete sociale.

3. Ma oltre a funzioni più strettamente sociali e di rete, anche un altro bisogno sembra spingere all’utilizzo di Facebook: quello identitario, della creazione e comunicazione di sé, e di autopromozione; un po’ come se ognuno di noi fosse un brand che utilizza il social per fini di marketing. Se, quindi, le nostre relazioni si spostano sempre più sulla rete, anche il lavoro di costruzione e gestione dell’identità passa per i social, dove narriamo e rappresentiamo noi stessi. Quanto questo avvenga in maniera realistica e quanto, invece, tale narrazione ricalchi un ideale del sé, è un altro ambito su cui la ricerca si sta focalizzando molto negli ultimi anni. Altri ambiti di ricerca su cui si sta lavorando riguardano la correlazione fra utilizzo dei social e tratti di personalità; si sta cercando di capire, cioè, se il modo in cui lo strumento viene utilizzato (es. quantità di post pubblicati, tipologia di post, quantità di interazioni, numero di amici, ecc...) possa dirci qualcosa della personalità di quell'individuo.

Mentre il bisogno di appartenenza, di cui abbiamo parlato precedentemente, è assimilabile a quello descritto nel terzo livello della piramide di Maslow, quello di autopresentazione è collocabile al quarto livello (autostima, autorealizzazione): creeremmo, così, identità basate su aspettative utili a occupare e garantirci una posizione soddisfacente nel gruppo di appartenenza.

Il tipo di bisogni che l’utente soddisfa tramite il social è strettamente correlato anche alla sua età. Sembrerebbe che i giovani siano maggiormente coinvolti nella creazione della propria identità, essi la costruiscono e sperimentano, mentre gli adulti sembrano utilizzare il social per descriverla e mantenerla. Anche la tipologia di social preferito è strettamente correlata alla fase di vita: i ragazzi utilizzano sempre più Instagram e mezzi di presentazione di sé più visivi e uditivi, meno legati all’utilizzo della parola.

Gli effetti della quantità di tempo trascorso sui social è argomento di dibattiti e ricerca. Molti genitori mi chiedono quanto tempo i loro figli adolescenti possano passare su Facebook o Instagram. Le linee guida di pediatri e psicologi sembrano convergere nello sconsigliare  l'utilizzo del telefono per molte ore da parte di un cervello in crescita. Di questo parlerò in un prossimo articolo. 

Personalmente penso che prima di demonizzare qualsiasi fenomeno sia utile capire come mai quel fenomeno è sorto ed ha preso piede, quali lacune della nostra società va a colmare, in cosa non siamo più efficaci e quali bisogni non riescono a trovare più un soddisfacimento in altri modi.

In pratica, penso che l'interrogativo che dovremmo porci riguardi cosa possiamo fare come società, come giovani, adulti, educatori, psicologi, insegnanti, genitori, persone, per creare luoghi altri in cui possano venire appagati quegli stessi bisogni, che ci sono, esistono ed hanno una loro importanza, in una modalità che non preveda solo ed esclusivamente l’interfaccia con uno schermo e che ci ricordi che il pollice opponibile ha anche altre funzioni se non quella di scrollare una homepage? A noi l’ardua sentenza!

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